Sabato 22 marzo 2026, dall’ex centrale elettrica di Seaholm nel centro di Austin, Texas, Elon Musk ha presentato quello che definisce il progetto industriale più ambizioso e quasi fantascientico della storia dei semiconduttori. Il titolo di presentazione del progetto è eloquente: “the next step towards becoming a galactic civilization“.
Si chiama Terafab ed è una joint venture tra Tesla, SpaceX e xAI con un traguardo tanto semplice da enunciare quanto vertiginoso da realizzare, ovvero produrre un terawatt di potenza di calcolo all’anno.
Per dare una misura di questa cifra, basti sapere che l’intera produzione globale di chip ammonta oggi a circa 20 gigawatt annui. Terafab punta dunque a moltiplicare quella cifra per cinquanta. La struttura sorgerà sul campus Tesla nella contea di Travis, sempre ad Austin, e integrerà sotto un unico tetto la produzione di chip logici, chip di memoria e i processi di packaging avanzato.
Musk ha descritto questa verticalizzazione come un vantaggio competitivo assoluto. Poter produrre un chip, testarlo, ridisegnarlo e ripartire, tutto nello stesso edificio, potrebbe rendere il ciclo di iterazione di un ordine di grandezza superiore a qualsiasi altra cosa al mondo. L’attuale capacità produttiva globale copre, secondo Musk, appena il 2% del fabbisogno reale delle sue aziende.
Terafab: due famiglie di chip per due fronti distinti
Il cuore tecnico del progetto ruota attorno a due linee di produzione con destinazioni radicalmente diverse. La prima è dedicata all’inferenza edge, ovvero i chip AI5 e AI6, pensati per le vetture Tesla a guida autonoma e i robot umanoidi Optimus. Il chip AI5 offre una potenza di calcolo da 40 a 50 volte superiore all’attuale AI4, mentre l’AI6, il cui design dovrebbe essere completato entro la fine del 2026, è destinato alla seconda generazione di Optimus e ai grandi cluster di inferenza.
Sulla domanda prevista per questa sola categoria, Musk si aspetta una produzione di robot umanoidi compresa tra uno e dieci miliardi di unità l’anno, una cifra che renderebbe i robot più numerosi degli esseri umani sul pianeta.

La seconda linea produce i chip D3, progettati specificamente per l’ambiente spaziale, capaci di resistere alle radiazioni e agli ioni ad alta energia che distruggerebbero qualsiasi processore convenzionale. Questi chip alimenteranno i mini data center satellitari di SpaceX, di cui a gennaio la compagnia ha chiesto all’FCC l’autorizzazione a lanciarne fino a un milione.
La ragione della scelta spaziale è tanto energetica quanto logistica: la produzione elettrica annua degli Stati Uniti è di circa 0,5 terawatt, un tetto fisico che rende di fatto impossibile ospitare a terra l’intera infrastruttura AI prevista. Di conseguenza, l’80% della capacità computativa prodotta da Terafab sarà destinata all’orbita, e solo il 20% alle applicazioni terrestri.
Ambizioni da fantascienza e incognite da valutare
Il quadro strategico dietro Terafab non si esaurisce nella fabbrica. Musk ha parlato di un’infrastruttura sistemica che richiede il lancio di 100 milioni di tonnellate di apparecchiature per la cattura dell’energia solare ogni anno. Una cifra che implicherebbe migliaia di lanci di Starship annui, ovvero diversi lanci ogni ora.

Ha inoltre evocato “nuova fisica” applicata ai semiconduttori e la prospettiva di costruire un mass driver elettromagnetico sulla Luna per distribuire potenza di calcolo nell’intero sistema solare. In questo scenario, SpaceX si sta preparando a un’IPO entro l’estate, con una valutazione stimata superiore a 1.750 miliardi di dollari, e la necessità di finanziare data center spaziali è indicata come uno dei principali driver dell’operazione.
Musk non ha fornito alcun calendario o roadmap per la costruzione della fabbrica né per l’inizio della produzione di massa. Si stima un investimento totale tra i 20 e i 25 miliardi di dollari, in uno dei comparti tecnologici in cui Musk non ha esperienza diretta.
Terafab: un’idea audace con un’esecuzione da dimostrare
Terafab è qualcosa di diverso da qualsiasi fonderia esistente. L’integrazione verticale completa, dall’incisione litografica al packaging, sotto un unico tetto non ha precedenti. La filosofia di iterazione rapida che Musk ha applicato ai razzi riusabili e alle auto elettriche potrebbe, in linea di principio, funzionare anche nel campo dei semiconduttori.
Tuttavia, il fatto che nessuna tempistica precisa sia stata comunicata durante il livestream lascia aperta la domanda più importante, ovvero quando arriverà il primo chip dalla linea di produzione.
Se anche solo una parte dell’architettura descritta dovesse diventare operativa, ridisegnerebbe in modo rilevante i rapporti di forza nell’intera filiera globale dei semiconduttori. Il progetto potrebbe essere più una dichiarazione d’intenti per attrarre talenti e investitori che un piano operativo a breve termine. La sfida tecnologica e logistica è immensa, e il successo non è affatto garantito.











