Il 28 settembre 2026, alle 14:49 ora italiana, Starship è decollata da Starbase, in Texas, per il quattordicesimo volo di prova e per la prima volta è rimasta in orbita attorno alla Terra. Nei tredici lanci precedenti il veicolo saliva nello spazio, ma poi ricadeva senza completare un giro. Stavolta, invece, la nave ha rilasciato 26 satelliti Starlink V3 destinati a entrare in servizio, cioè non simulatori di massa ma hardware reale, che hanno già stabilito il contatto con le stazioni a terra.
Il risultato colpisce per come è arrivato. Uno dei 33 motori Raptor del primo stadio si è spento in anticipo, e lo stesso è capitato a uno dei sei propulsori della nave durante la salita, eppure la missione è andata avanti. L’ingresso in orbita è avvenuto con l’accensione di un solo Raptor, a circa 270 km di quota, e i satelliti sono usciti uno dopo l’altro da una porta laterale.
Il piano, però, era un altro. SpaceX aveva annunciato una decina di ore di volo e sei giri attorno al pianeta, e invece la nave è tornata giù dopo 3 ore e 8 minuti, in un punto dell’oceano diverso da quello previsto. Qui vi racconto cosa è andato bene e cosa no, con i conti che ho rifatto sugli orari, e perché ventisei satelliti sono un buon inizio ma ancora poco per dire che Starship è pronta a lavorare tutti i giorni. Un carico utile vero, comunque, è già un ottimo risultato.
Venti minuti di controlli prima di accendere per l’orbita
Due parole sul razzo, per chi non lo conosce ancora. Starship è alta più di 120 metri (124,4 per la precisione, come avevamo scritto a maggio nell’anteprima della versione V3) ed è composta da due stadi. Sotto c’è il Super Heavy, con 33 motori Raptor che bruciano metano e ossigeno liquidi. Sopra c’è la nave vera e propria, con sei motori, tre per lavorare a livello del mare e tre per il vuoto. A questo giro hanno volato il Booster 21 e la Ship 41.
La finestra di lancio si apriva alle 14:15 italiane e durava 75 minuti. Il razzo è partito alle 14:48:59, mezz’ora abbondante dopo.
Quello che cambia è la fine della salita. La nave non va dritta in orbita. Prima segue una traiettoria di sicurezza passiva, cioè un arco che la farebbe ricadere nell’atmosfera anche se i motori non si riaccendessero più, e mentre è lì sopra il controllo missione si prende una ventina di minuti per controllare che i sistemi che servono al rientro funzionino e che ci sia abbastanza propellente per usarli. Solo dopo arriva il via libera per l’ultima spinta. Il «go for orbit» è arrivato circa 22 minuti dopo il decollo.
Se qualcosa va storto, la nave rientra da sola e non resta bloccata lassù senza poter frenare. Per capire la posta in gioco basta un dato: a 270 km di quota si viaggia a circa 27.900 km/h e si compie un giro completo in un’ora e mezza. Restare in orbita non significa essere fermi, ma cadere di continuo attorno alla Terra sfiorandola, e per uscirne serve una spinta che parta al momento giusto.
Un motore in meno per stadio, e il volo è andato avanti lo stesso
Il primo stadio ha perso un motore su 33 poco dopo il decollo, senza conseguenze sulla salita. Alla successiva accensione di inversione (boostback, la manovra che riporta il booster verso la costa) hanno funzionato 31 motori su 33, e il Super Heavy è ammarato in modo morbido nel Golfo del Messico. Non era previsto alcun tentativo di cattura con le braccia della torre, perché il piano prevedeva ammaraggi in acqua per entrambi i veicoli.
Sulla Ship 41, uno dei sei Raptor si è spento in anticipo durante la salita. Gli altri hanno completato il lavoro e l’ingresso in orbita è avvenuto circa 26 minuti dopo il decollo con l’accensione di un solo motore. Ne basta uno perché, a quel punto, la Ship 41 è già alla quota giusta e ha quasi tutta la velocità necessaria, quindi la correzione finale chiede una spinta molto inferiore a quella dell’ascesa.
Non è la prima volta che succede. Già a maggio, al debutto della V3, la Ship 39 aveva perso un Raptor durante la salita e aveva comunque finito il suo profilo, mentre il Booster 19 era andato perso nella manovra di ritorno (ne abbiamo parlato nel nostro articolo sul volo 12). Questa volta il booster è arrivato fino all’ammaraggio, e non è poco.
Un razzo regge la perdita di un motore solo se è progettato per farlo e se chi lo guida da terra sa cosa fare, e qui lo abbiamo visto su tutti e due gli stadi nello stesso volo. Un dubbio però rimane. Come sarebbe andata se sulla stessa Ship si fossero spenti due motori? Con un motore in meno c’era anche meno riserva per il rientro, e la scelta di accorciare la missione va letta anche così.
Ventisei satelliti V3 su sessanta possibili
Gli Starlink V3 sono la terza generazione dei satelliti che offrono Internet dallo spazio e, per dimensioni, non entrano nel Falcon 9, il razzo con cui SpaceX lancia da anni la costellazione. Ognuno offre circa 1 Tbps in downlink, cioè nel collegamento dal satellite verso terra, e 160 Gbps in uplink, nella direzione opposta. Sono valori pari a 10 e 22 volte quelli della generazione precedente.

Ventisei satelliti da 1 Tbps fanno 26 Tbps di capacità nominale. Un Falcon 9 porta di solito tra 22 e 29 unità della vecchia generazione, che dal rapporto di 10 a 1 valgono circa 100 Gbps ciascuno, quindi tra 2,2 e 2,9 Tbps. Questo volo equivale perciò a un numero di lanci di Falcon 9 compreso fra nove e dodici, e un carico pieno da 60 satelliti arriverebbe a una ventina o poco più, in linea con la stima dell’azienda.
Attenzione, però, perché la capacità nominale non coincide con la velocità reale: sono numeri che valgono sulla carta. La capacità vera dipende dallo spettro a disposizione, dalle stazioni a terra e da quante persone usano la stessa zona. Se hai Starlink a casa non aspettarti di vedere cambiare qualcosa nell’app domani mattina, perché 26 satelliti sono una goccia nel mare della costellazione.
La porta sul fianco ha fatto uscire i satelliti uno dopo l’altro, e i tempi tornano con quello che SpaceX aveva detto (una mezz’ora): la sequenza è partita 34 minuti dopo il decollo e si è chiusa alle 15:54 italiane, cioè 65 minuti dopo, per un totale di 31 minuti. Dopo il rilascio ogni satellite apre antenne e pannelli solari e sale di quota con i suoi motori. Il servizio per chi è abbonato dovrebbe partire entro qualche settimana.
Il carico, però, era solo il 43% di quello che la Ship può portare secondo SpaceX.
SpaceX non ha detto perché. Si può fare qualche ipotesi, come la prudenza per un primo volo in orbita, un po’ meno propellente di riserva per via del motore spento o il peso dei satelliti stessi.
Tre ore invece di dieci
Ho messo a confronto il piano annunciato con gli orari veri, ricalcolando tutto a partire dal decollo delle 14:48:59.
| Voce | Piano | Volo reale |
|---|---|---|
| Durata | circa 10 ore | 3 ore 8 minuti 27 secondi |
| Giri attorno alla Terra | 6 ore | tra 1,5 e 2 ore |
| Ammaraggio della Ship 41 | Pacifico meridionale, a ovest del Cile | Pacifico settentrionale, a nord delle Hawaii |
| Uscita dei satelliti | 30 minuti | 31 minuti |

La Ship 41 è entrata in orbita 26 minuti dopo il decollo ed è finita in acqua 162 minuti dopo, e siccome un giro dura un’ora e mezza fanno poco meno di due giri, uno e mezzo se togli la discesa verso l’oceano.
Perché SpaceX ha tagliato?
La spiegazione più probabile è la prudenza dopo il motore spento, ma l’azienda non ha chiarito se sia stata solo una precauzione o una scelta fatta dopo aver già ottenuto quello che le serviva.
Alle 17:57 la Ship 41 è ammarata in posizione verticale sull’Oceano Pacifico, si è inclinata ed è esplosa per il propellente rimasto nei serbatoi, ma questo non costituiva un problema, poiché il recupero non era previsto.
Cosa manca prima del rifornimento in orbita
Trattenersi nello spazio per ore è la condizione per tutto il resto. La versione di Starship destinata al programma lunare Artemis deve ricevere il rifornimento in orbita da altre navi mentre orbita intorno alla Terra, e la stima indicata da SpaceX nel 2024 è nell’ordine di una decina di lanci per riempire un deposito. Il primo allunaggio è previsto per il 2028 (sul calendario di Artemis vi rimando al nostro articolo di aprile), e una Ship che resta in orbita tre ore quel travaso non lo può ancora fare. Ci vorranno voli più lunghi.
Il prossimo volo potrebbe provare a prendere la Ship con i bracci della torre, come SpaceX ha già fatto con il booster. La data non è confermata e si parla di ottobre. Se volete seguire le vicende, nelle prossime settimane io guarderei tre cose.
- Prossimo lancio. Se la licenza prevede la presa della Ship o un altro ammaraggio.
- Motori. Se gli spegnimenti in anticipo si ripetono, perché un guasto isolato pesa molto meno di uno che torna.
- Volo completo. Una missione che duri tutte le ore previste, con più giri attorno alla Terra e il tempo di provare il travaso di propellente.
Il carico consegnato con un motore in meno
Tutto sommato Starship ha fatto quello che ci si aspettava da un primo volo con un carico vero. La Ship 41 è salita in orbita al primo tentativo e ha lasciato lassù ventisei satelliti che funzionano, pur con un Raptor spento. E il controllo di sicurezza prima dell’ultima accensione conta quanto i satelliti.
Restano però tre cose da dimostrare. Il carico era meno della metà del massimo dichiarato, il volo è durato un terzo del previsto e l’ammaraggio si è concluso in un’esplosione. Sono limiti che un veicolo in sviluppo può permettersi, ma che invitano a distinguere tra una prova riuscita e un servizio regolare. Il progresso vero lo vedremo con una Ship orbitare per ore, rilasciare sessanta satelliti e poi rientrare alla torre da cui è partita.













