Omarchy è nata poco più di un anno fa come progetto personale di David Heinemeier Hansson (noto come DHH), il creatore di Ruby on Rails, socio di 37signals, dopo il suo passaggio da macOS a Linux. Nelle ultime settimane di agosto quella che sembrava una raccolta di configurazioni condivise come progetto personale/diletto ha incassato tre notizie che ne cambiano l’importanza.
La prima: il 15 agosto è arrivata la versione 4.0, nome in codice Quattro, con la riscrittura più profonda mai fatta al suo desktop. La seconda: è nata la Omacom Foundation, l’organizzazione no-profit che detiene i marchi e finanzia l’infrastruttura, partita con otto milioni di dollari e arrivata a dieci in pochi giorni grazie a nomi come Michael Dell, Patrick Collison, Tobi Lütke, Jack Dorsey e Matthew Prince.
La terza, meno chiacchierata ma più tangibile: Dell ha annunciato il supporto Linux dal primo giorno sui nuovi XPS 14 e XPS 16 con processori Intel Panther Lake, e la distribuzione scelta per quel lavoro è proprio Omarchy.
C’è poi un quarto elemento, arrivato dalla comunità e non dal progetto ufficiale: un eseguibile da 8 MB che apre l’intero desktop di Omarchy dentro una finestra di Windows 11, senza partizioni, senza dual boot e senza niente da disfare.
È importante chiarire che non si tratta di una vera e propria distribuzione Linux: è un’installazione preconfigurata di Arch Linux con l’ambiente grafico Hyprland. È il modo più immediato per capire se questo sistema ha senso per te, prima di prendere decisioni irreversibili sul disco. Perché il progetto di DHH, va detto subito, non va personalizzato, va accettato così com’è.
Arch senza la parte scomoda di Arch
Sotto la superficie Omarchy è Arch Linux, quindi una distribuzione a rilascio continuo: non esistono versioni annuali da reinstallare, i pacchetti arrivano man mano che gli sviluppatori li pubblicano. Arch però ha una reputazione precisa, quella del sistema che si monta pezzo per pezzo e che dopo l’installazione ti lascia davanti a un terminale nero. Omarchy prende quella base e la consegna già montata, con una serie di scelte fatte da qualcun altro.
La più visibile riguarda il modo in cui si gestiscono le finestre. Al posto del desktop tradizionale con icone e riquadri sovrapposti, qui c’è Hyprland, un compositore tiling per Wayland: le finestre si dispongono automaticamente affiancate, riempiono lo schermo senza sovrapporsi e si controllano quasi tutte da tastiera.
Non è una questione solo estetica ma soprattutto di flusso di lavoro: si smette di trascinare bordi con il mouse e si impara una manciata di combinazioni di tasti. Chi arriva da Windows o macOS ci metterà qualche giorno ad abituarsi.
L’altra scelta riguarda il software preinstallato, ed è insolita per una distribuzione. Al primo avvio trovi già Neovim, Visual Studio Code, Docker, Obsidian, LibreOffice, un client di posta, Steam, gestori di password e agenti di coding basati su intelligenza artificiale, tutti configurati e tutti coordinati con il tema di sistema.
L’installazione occupa circa 14 GB e consuma poco più di un giga e mezzo di RAM da ferma. Il termine che il progetto usa per descriversi è opinionated, cioè “con opinioni forti“. Spiegato: le decisioni sono già state prese e il tuo compito non è scegliere, ma imparare ad usarlo.
Il nome nasce dall’unione tra “Arch” e la parola giapponese “omakase”, che nel ristorante giapponese significa lasciare al cuoco la scelta di cosa servire. In pratica, chi installa Omarchy si affida completamente alle scelte di Hansson.
Quickshell, ovvero otto programmi che diventano uno
La novità tecnica di Quattro sta in un punto che è il cuore di tutto. Fino alla versione 3 l’interfaccia era tenuta insieme da otto programmi separati: uno disegnava la barra in alto, un altro il menu di ricerca, un altro ancora le notifiche, poi la schermata di blocco, i cursori del volume e così via.
Ognuno con la propria configurazione, il proprio file dei temi e i propri difetti. Il risultato funzionava, ma era una collezione, non un sistema.
Con la 4.0 tutto questo è stato riscritto dentro Quickshell, un unico processo che disegna l’intera interfaccia ed espone dei comandi con cui pilotarla dall’esterno. Il vantaggio pratico si vede subito: un solo tema che vale ovunque, una sola logica di configurazione, e la possibilità di estendere la barra con dei plugin invece di sostituirla.
La palette di colori passa da 8 a 24 tonalità, così anche editor e terminale seguono davvero il tema scelto, e la selezione avviene in un carosello con anteprima dal vivo.
Il resto delle modifiche segue la stessa direzione, cioè togliere passaggi. Il lanciatore di applicazioni e la palette dei comandi sono diventati un’unica cosa, raggiungibile con Super + Space, con ricerca fuzzy (approssimata) e per acronimo. Per chi non è pratico di Linux, Super è il tasto con il logo di Windows, su Mac il tasto Cmd.
I pannelli di audio, Bluetooth, rete, schermi e alimentazione sono nativi e si aprono con Super + Ctrl più la lettera iniziale. La barra si può spostare su qualsiasi lato dello schermo e aggiorna i propri indicatori solo quando qualcosa cambia, riducendo il consumo di CPU a riposo.
Cambiano anche alcune applicazioni predefinite: il terminale diventa foot, mentre debuttano tre strumenti scritti in casa, ovvero Omawrite per il Markdown, Omacut per tagliare video, Omacalc come calcolatrice. Lo screensaver, prima gestito da uno script Python, ora parte in circa un millisecondo grazie a un binario in Rust.
Ora i componenti interni non vivono più dentro un repository Git clonato nella tua cartella home, ma sono diventati normali pacchetti di sistema. Le tue personalizzazioni restano separate da quelle del progetto, e aggiornare smette di essere un’operazione delicata.
L’immagine di installazione scende sotto i 6 GB, l’installazione è circa un terzo più rapida, compaiono un’opzione di dual boot quando c’è spazio e un ripristino di fabbrica per quando devi cedere il computer a qualcun altro.
Tre modi per provarlo senza toccare le partizioni
La strada più diretta, se usi Windows 11, è un progetto non ufficiale chiamato Try Omarchy. Scarichi un eseguibile da 8 MB, lo lanci, il computer attiva la virtualizzazione integrata e chiede un riavvio; da lì in poi scarica circa un giga e mezzo tra motore grafico e immagine di sistema e apre il desktop dentro una finestra normale, con accelerazione grafica e appunti condivisi tra i due mondi.
Tutto vive in una cartella sola: per disinstallare si cancella quella e non resta traccia nel registro di Windows. Il progetto è rilasciato con licenza MIT e mette insieme il lavoro di più autori della comunità, incluso chi aveva già fatto girare Omarchy in QEMU sopra Hyper-V con la GPU attiva.
Prima di partire conviene verificare che la macchina abbia i requisiti, cioè in pratica che sia in grado di far girare WSL2. Da PowerShell con permessi di amministratore:
# Stato della virtualizzazione e di WSL
systeminfo | findstr /i "Hyper-V"
wsl --status
# Se mancano, attiva i due componenti necessari e riavvia
dism /online /enable-feature /featurename:VirtualMachinePlatform /all /norestart
dism /online /enable-feature /featurename:Microsoft-Windows-Subsystem-Linux /all /norestart
Se hai una scheda video dedicata e vuoi qualcosa di più vicino all’esperienza reale, la seconda strada è una macchina virtuale QEMU con accelerazione grafica configurata a mano: servono quattro core, 8 GB di RAM e 64 GB di disco, e su Windows va disattivata la funzione Integrità della memoria nelle impostazioni di sicurezza, altrimenti l’avvio fallisce. È più laborioso, ma restituisce prestazioni grafiche molto più simili a quelle di un’installazione vera.
La terza strada è la meno intuitiva anche se la trovo la più interessante: installare Omarchy sul serio e tenere Windows dentro una macchina virtuale, invece del contrario. Il sistema lo prevede in modo nativo tramite Docker e KVM, con la cartella ~/Windows condivisa e nient’altro accessibile dalla parte ospite.
# Dal menu: Super + Space > Install > Windows
# Poi si gestisce da riga di comando
omarchy windows vm status
omarchy windows vm launch # avvia e si collega in RDP a schermo intero
omarchy windows vm launch --keep-alive # resta acceso alla chiusura della sessione
omarchy windows vm stop
Il download iniziale richiede dieci o quindici minuti e l’avanzamento si segue da browser all’indirizzo http://127.0.0.1:8006. Audio, microfono e appunti passano tra i due sistemi.
L’installazione vera, passo per passo
Quando decidi di fare sul serio, il percorso è breve ma ha due o tre punti in cui è facile inciampare. Il primo è la verifica dell’immagine scaricata: l’ISO viene distribuita insieme alla propria impronta SHA256 e controllarla richiede dieci secondi.
# Linux
sha256sum omarchy-4.0.1.iso
# macOS
shasum -a 256 omarchy-4.0.1.iso
:: Windows
certutil -hashfile omarchy-4.0.1.iso SHA256
Per scrivere la chiavetta va benissimo balenaEtcher su Windows e macOS. Su Linux si fa da terminale, ma il comando va usato con la massima attenzione, perché sbagliare la lettera del dispositivo significa cancellare il disco sbagliato:
lsblk # individua la chiavetta, es. /dev/sdb
sudo umount /dev/sdb* # smonta eventuali partizioni montate
sudo dd if=omarchy-4.0.1.iso of=/dev/sdb bs=4M status=progress oflag=sync
Nel BIOS servono due modifiche, ovvero Secure Boot e TPM disattivati, altrimenti l’installazione non parte.
Il motivo tecnico sta in come funziona Secure Boot: il firmware avvia solo bootloader firmati con chiavi che riconosce, e nella pratica quelle chiavi sono di Microsoft. Distribuzioni come Ubuntu e Fedora usano uno strato intermedio firmato da Microsoft proprio per superare quel controllo, mentre Arch, e quindi Omarchy, non lo fa. Con Secure Boot attivo la chiavetta di installazione non parte proprio.
Se conti di usare la macchina virtuale Windows, attiva anche la virtualizzazione hardware (VT-x o AMD-V), che su parecchi portatili è disattiva di default. L’installer poi fa qualche domanda, chiede su quale unità scrivere e completa in un tempo che va dai due ai dieci minuti.
La cifratura del disco è attiva in modo predefinito, e la password all’avvio non si può digitare con una tastiera Bluetooth: serve un modello via cavo o con ricevitore a 2,4 GHz. Se il computer è già protetto in altro modo, o è una macchina di prova, si può saltare la cifratura premendo Ctrl + C durante la fase di formattazione.
A sistema installato, l’unica scorciatoia che serve ricordare è Super + Space, che apre il menu da cui passa tutto, aggiornamenti compresi. Queste sono le altre che userai più spesso:
| Combinazione | Cosa fa |
|---|---|
Super + Space | Menu unico: applicazioni, comandi, impostazioni |
Super + frecce | Sposta il focus tra le finestre |
Super + 1/2/3/4 | Passa da uno spazio di lavoro all’altro |
Super + T | Cambia la disposizione a schermo |
Super + Ctrl + A / B / W / D | Pannelli audio, Bluetooth, rete, schermi |
Super + Shift + Invio | Apre il browser |
Super + C / V / X | Copia, incolla e taglia ovunque, terminale incluso |
Stamp e Alt + Stamp | Screenshot e registrazione dello schermo |
Le combinazioni si modificano in ~/.config/hypr/bindings.lua. Gli aggiornamenti passano dal menu alla voce Update > Omarchy, che applica le migrazioni necessarie e aggiorna i pacchetti, con quattro canali disponibili, cioè stabile, RC, edge e dev. Chi preferisce il terminale può comunque usare sudo pacman -Syu, dato che ormai anche i componenti del progetto seguono le regole di Arch.
Il sistema include Chromium, ma senza la possibilità di usare uBlock Origin, quindi ho installato Zen Browser tramite l’utility di installazione integrata. Questa è una delle soluzioni più intelligenti del sistema: invece di un’interfaccia grafica tradizionale, Omarchy usa una finestra di terminale fluttuante con uno strumento di ricerca interattivo. Tutto molto snello ed efficace. Anche 1Password risulta preinstallato, il che è una comodità notevole.
A chi conviene Omarchy, e a chi no
La domanda giusta non è se sia una buona distribuzione, ma per chi lo sia. La risposta è abbastanza netta. Ha senso per chi passa gran parte della giornata dentro un terminale e un editor, per chi ha già provato ad assemblarsi un ambiente tiling e ha rinunciato a metà strada, e per chi accetta l’idea di adattarsi a un flusso di lavoro deciso da altri in cambio di non doverlo costruire. Il risparmio di tempo e la coerenza estetica non hanno molti pari nel mondo Linux.
Nel complesso Omarchy appare un sistema coeso, veloce e ben pensato, perfetto per chi desidera un ambiente di sviluppo curato senza dover configurare tutto manualmente.
Non ha senso, per chi vuole un desktop che assomigli a Windows, per chi ha bisogno di software professionale che gira solo su piattaforme proprietarie, o per chi non ha nessuna intenzione di imparare nuove combinazioni di tasti. Se sei un utente inesperto di Linux, meglio orientarti verso distribuzioni più solide come Fedora, openSUSE o Ubuntu, che offrono sicurezza e affidabilità pronte all’uso.
Se invece vuoi sfruttare l’occasione che si è aperta, prima di toccare il disco, apri Omarchy dentro una finestra di Windows e usalo per una settimana. Costa un giga e mezzo e un riavvio, e dice molto più di qualsiasi articolo, questo compreso. Se dopo sette giorni continui a premere i tasti sbagliati e a sentirti in gabbia, hai la tua risposta. Se invece ti ritrovi a cercare Super + Space anche su Windows, allora è il momento di prendere la chiavetta.











