Per gran parte del pubblico italiano, il nome di Vittorio De Sica coincide con un fotogramma, ovvero un padre, un figlio e una bicicletta rubata in una Roma del dopoguerra. È l’immagine che la scuola e la memoria collettiva hanno fissato. Ed è anche una trappola, perché racconta solo una piccola parte di una carriera lunga mezzo secolo.
Su questa distanza tra il De Sica reale e quello semplificato lavora La vita in scena, il film diretto da Francesco Zippel e distribuito da Fandango. Arriva nelle sale italiane come evento speciale soltanto il 22, 23 e 24 giugno, dopo il passaggio nella sezione Cannes Classics dell’ultima edizione del festival.
Sono 100 minuti costruiti su accesso esclusivo agli archivi e alla famiglia, oltre che su una lunga fila di testimoni. Tra loro ci sono registi come Wes Anderson, i fratelli Dardenne, Ruben Östlund, Francis Ford Coppola e Asghar Farhadi, ma anche interpreti che hanno lavorato con De Sica, da Eleonora Brown a Luciano De Ambrosis.
Chi era De Sica, oltre il neorealismo
Il primo pregio del film è ricordare che De Sica non è stato solo il regista di Ladri di biciclette. Prima di passare dietro la macchina da presa, era una star amatissima del cinema dei telefoni bianchi, un attore brillante che il pubblico seguiva per la sua leggerezza.
In quei film comparivano spesso telefoni bianchi, che all’epoca erano un oggetto di lusso. Quelli comuni nelle case italiane erano neri, il telefono bianco era un segnale di ricchezza ed eleganza.
Erano storie ambientate in salotti borghesi o aristocratici, tra alberghi di lusso, abiti da sera e amori complicati. Un cinema d’evasione, pensato per far sognare il pubblico e tenerlo lontano dai problemi del periodo (la crisi economica e il fascismo). Per questo è quasi l’opposto del neorealismo che sarebbe arrivato pochi anni dopo, fatto invece di strade, poveri e vita quotidiana.
In quel mondo elegante e spensierato Vittorio De Sica era uno dei volti più amati, un attore brillante e affascinante da commedia. Vittorio De Sica prima di diventare il regista serio e drammatico che tutti ricordano.
Quella doppia natura, autore rigoroso e divo amato dalle platee, attraversa tutta la sua opera e spiega molte cose. Negli anni del neorealismo firma con lo sceneggiatore Cesare Zavattini una serie di film che cambiano il modo di guardare la realtà, tra cui Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D. e Miracolo a Milano.
Sono opere che mettono al centro i poveri, i bambini e gli anziani, girate spesso con attori non professionisti e nelle strade. Ma De Sica non si è fermato lì. Ha diretto Sophia Loren nel melodramma e nella commedia, ha vinto altri premi internazionali con La Ciociara e Il giardino dei Finzi-Contini, ha attraversato la commedia all’italiana con Ieri, oggi, domani e Matrimonio all’italiana.
Ridurlo al solo neorealismo significa quindi tagliare metà del ritratto. Un film che voglia rendergli giustizia deve tenere insieme il regista capace di far piangere il mondo per un vecchio e il suo cane, e l’uomo di spettacolo che sapeva far ridere e incassare. È qui che si gioca la sfida vera del lavoro di Zippel, ovvero non scegliere tra le due anime ma mostrarle entrambe con intelligenza.
Tre giorni in sala
La vita in scena non esce nelle sale solo come evento di tre giorni, una strategia ormai diffusa per i documentari e i grandi classici restaurati.
Un film d’archivio fatica a reggere settimane di programmazione contro i blockbuster, e concentrare l’uscita in poche date crea un senso di occasione, spinge a non rimandare e riempie le sale con il pubblico giusto. Il pubblico più ampio arriverà probabilmente in streaming o in televisione.
Se ti interessa vederlo sul grande schermo, come merita un autore che ha fatto del bianco e nero una lingua universale, devi muoverti in quei tre giorni oppure ripiegare sulle proiezioni speciali, come l’anteprima al Nuovo Sacher del 18 giugno o il passaggio alla Cineteca di Bologna.
La vita in scena: un omaggio sincero
Per chi conosce e ama il suo cinema, La vita in scena sarà probabilmente una conferma piacevole, un ripasso emozionato più che una sorpresa. Per gli spettatori giovani che di De Sica hanno sentito parlare senza averlo mai visto davvero, il film potrà funzionare da porta d’ingresso, da invito a recuperare Ladri di biciclette, Umberto D. (ritratto doloroso e dignitoso della vecchiaia e della povertà) o Sciuscià.

È qui che il lavoro di Zippel può fare la differenza, se riesce a trasmettere la vitalità dell’opera, la sua capacità di commuovere ancora. Il neorealismo non è una materia da museo. È un modo di guardare le persone comuni che continua a parlare a un mondo segnato da disuguaglianze e margini.
De Sica metteva in scena chi di solito resta fuori dall’inquadratura, e lo faceva senza retorica. Questa lezione resta attuale, e un film che la rimette in circolo ha un suo valore civile, oltre che storico. Buona visione.













