Dopo anni di battaglie legali, la causa che oppone Google ed Epic Games sta per chiudersi con un epilogo che modifica il modo in cui si scaricano le app su Android. Le due aziende hanno ritirato congiuntamente il tentativo di modificare l’ingiunzione permanente imposta dal giudice federale James Donato, che nel 2024 aveva stabilito che Google avesse monopolizzato illegalmente la distribuzione delle app su Android. Con questo passo indietro, a partire da mercoledì 22 luglio, gli store di terze parti potranno comparire direttamente all’interno di Google Play, per ora solo negli Stati Uniti.
Per la prima volta chi possiede uno smartphone Android americano potrà scaricare uno store concorrente esattamente come farebbe con qualunque altra app, senza dover ricorrere al sideloading e superare gli avvisi di sicurezza che Android mostra in questi casi.
A rendere il meccanismo particolarmente efficace è il fatto che il catalogo di Google verrà condiviso automaticamente con i negozi terzi che aderiranno al programma, a meno che i singoli sviluppatori non scelgano di escludersi. Chi lancia una nuova piattaforma parte già con un catalogo enorme e immediatamente utilizzabile, invece di dover convincere gli sviluppatori a caricare le proprie app una a una.
Il percorso legale e le condizioni del nuovo programma
Per capire perché si è arrivati a questo punto bisogna tornare all’ottobre 2024, quando il giudice Donato accolse le richieste di Epic Games e impose a Google un’ingiunzione permanente. Quest’ultima obbligava l’azienda a ospitare store rivali all’interno di Google Play e a condividere con loro il proprio catalogo applicativo.
Google, tuttavia, non si è arresa subito. Ha convinto la stessa Epic a proporre insieme un accordo modificato, che prevedeva un programma alternativo chiamato “Registered App Store”, basato ancora sul sideloading anziché sull’accesso diretto tramite Google Play. Il giudice si è però mostrato scettico su questa soluzione, ritenendo che avrebbe di fatto preservato il predominio pratico di Google pur rispettando formalmente l’obbligo di concorrenza.
Di conseguenza, invece di presentarsi in tribunale il 16 luglio per discutere la modifica, le due aziende hanno depositato un ritiro congiunto, accettando l’ingiunzione originale. Il nuovo meccanismo, denominato Play Catalog Access Program, comporta però delle condizioni precise per chi vuole aderirvi.
I punti principali dell’accordo:
- Quota di iscrizione. È prevista una cifra iniziale di 5.000 dollari per la revisione di sicurezza.
- Costo annuale. Occorre versare altri 5.000 dollari ogni anno per mantenere l’accesso al catalogo.
- Ambito geografico. Gli store devono rivolgersi esclusivamente al pubblico statunitense.
- Apertura agli sviluppatori. Devono essere tenuti aperti a tutti gli sviluppatori idonei, con policy di sicurezza trasparenti e non discriminatorie.
- Soglia di sicurezza. Il tasso di installazioni che portano a malware deve restare sotto l’1%.
Inoltre, il download tecnico dell’app avverrà comunque tramite Google Play, che continuerà ad applicare le proprie commissioni sulle transazioni. Nel frattempo, come parte dell’accordo complessivo con Epic (che include anche un pagamento di 800 milioni di dollari), Google ha già abbassato la commissione sugli acquisti in-app dal 30% al 10% per chi utilizza sistemi di fatturazione esterni.

Google Play: cosa aspettarsi da qui in avanti
Resta da vedere quanto rapidamente il mercato reagirà a questa apertura, ma le premesse per un cambiamento reale ci sono tutte. Con commissioni potenzialmente più basse rispetto al 30% storico di Google Play, diventa conveniente distribuire le proprie app anche attraverso i nuovi store concorrenti. Allo stesso tempo, mantenere una presenza su Google Play resta utile per non perdere visibilità presso il pubblico più ampio.
Tuttavia, questa apertura riguarda per ora solo gli Stati Uniti. Nel resto del mondo, Italia compresa, Google prevede di introdurre un programma separato, i “Registered App Stores”, che si baserà ancora sul sideloading e non sull’integrazione diretta in Google Play. Questo approccio mantiene un vantaggio pratico per l’azienda al di fuori del mercato americano.
Non sono ancora del tutto chiari i dettagli tecnici su come gli store terzi compariranno fisicamente all’interno di Google Play. Resta da capire se esisterà un percorso di invito formale oppure se verranno semplicemente sottomessi come qualsiasi altra applicazione. Questi aspetti diventeranno più nitidi mano a mano che ci si avvicinerà alla data del 22 luglio.
Quello che è già certo è che il monopolio dichiarato illegale nel 2024 sta per essere smontato nei fatti. La pressione competitiva che ne deriverà potrebbe, nel tempo, spingere Google a estendere un modello più aperto anche ad altri mercati, complice anche il pressing normativo che arriva dall’Unione Europea con il Digital Markets Act.













