Il 17 settembre 2026, a Strasburgo, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato l’EU Kids Act. È una proposta legislativa che ridisegna il rapporto tra i più giovani e le piattaforme digitali. Il provvedimento vieta l’accesso ai social media ai bambini sotto i 13 anni e introduce un sistema di account vigilati per i ragazzi tra i 13 e i 15 anni. Solo dai 15 anni in su sarà possibile aprire un profilo autonomo.
Alla base della proposta c’è la preoccupazione condivisa da diversi governi: l’impatto che piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e persino i chatbot basati su intelligenza artificiale come ChatGPT possono avere sulla salute mentale e sulla sicurezza dei minori. L’iniziativa arriva dopo interventi simili di Australia, Regno Unito, Cina, India e Turchia, oltre a normative già avviate da singoli Stati membri come Francia e Spagna.
Von der Leyen ha descritto la tecnologia digitale odierna come uno strumento così sofisticato da non essere mai stato pensato per il benessere dei più piccoli. Ha usato questa immagine per giustificare un intervento che, se approvato, toccherà il fatturato delle grandi aziende tech e la quotidianità di milioni di famiglie europee.
Tuttavia, prima di diventare legge, il testo dovrà superare mesi di negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio, un passaggio che si preannuncia tutt’altro che scontato.

EU Kids Act: come cambierà l’esperienza social per bambini e adolescenti
Il cuore della proposta è una scala di età con regole differenziate. Sotto i 13 anni, l’accesso ai social sarà semplicemente vietato. Le piattaforme dovranno impedire l’apertura di nuovi account e verificare l’età tramite strumenti di age assurance pensati per non raccogliere documenti d’identità o dati biometrici.
Tra i 13 e i 15 anni, i ragazzi potranno usare i social solo tramite mini-account collegati al profilo di un genitore o tutore, con un tetto massimo di un’ora di utilizzo al giorno e contatti limitati con altri profili. In questa fascia niente feed personalizzati basati sul profiling, nessuno scroll infinito e nessuna notifica nel cuore della notte. Sono proprio questi meccanismi, secondo la Commissione, a spingere i minori verso contenuti sempre più estremi.
Dai 15 anni in su i ragazzi potranno finalmente gestire un profilo indipendente, ma le piattaforme resteranno comunque obbligate a garantire un design sicuro di default, con funzioni come geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivate e i chatbot IA spenti salvo esplicito consenso da parte dell’utilizzatore.
Per chi ha figli adolescenti, è proprio questa fascia 15-18 anni a meritare attenzione nei prossimi mesi, perché è qui che si gioca il vero equilibrio tra autonomia digitale e protezione.
Controlli, sanzioni e le prime resistenze del settore tech
Sul fronte del controllo, l’EU Kids Act fissa le regole e prova a dare anche gli strumenti per farle rispettare. Le aziende dovranno dimostrare la sicurezza dei propri servizi presentando piani di conformità dettagliati, sottoposti alla verifica di un revisore indipendente che riferirà alla Commissione. Chi non si adegua rischia multe fino al 6% del fatturato globale annuo, oltre a un contributo obbligatorio per finanziare la supervisione dei regolatori.
Tuttavia, non mancano le critiche. CCIA Europe, l’associazione di categoria che riunisce colossi come Google e Meta, ha sollevato dubbi sulla privacy. Raccogliere su larga scala dati anagrafici e legami tra minori e genitori, secondo l’associazione, rischia di creare un bersaglio appetibile per i cybercriminali, oltre a sovrapporsi ad altre normative europee già in vigore.
Anche EDRi, organizzazione attiva sui diritti digitali, teme che la misura si limiti a rimandare il problema anziché risolverlo, dato che le piattaforme tenderanno comunque a intercettare i ragazzi non appena superano la soglia d’età.
EU Kids Act, il percorso è appena iniziato
Nel complesso, l’EU Kids Act è uno dei tentativi più organici fatti finora da un gruppo di Stati per affrontare il tema della sicurezza online dei minori. Lo fa toccando più fronti insieme, ovvero età minima, design delle piattaforme, trasparenza algoritmica e sanzioni economiche.
È un approccio che guarda oltre il semplice divieto e prova a intervenire sui meccanismi che rendono i social difficili da abbandonare anche per gli adulti. Allo stesso tempo restano diversi nodi da sciogliere. Come si verificherà davvero l’età di chi apre un account senza compromettere la sua privacy? Come reagiranno le aziende, già pronte a far valere le proprie ragioni nei mesi di negoziato che porteranno all’approvazione definitiva del testo?
Per ora l’EU Kids Act resta una proposta, ambiziosa e potenzialmente influente su scala globale, ma ancora lontana dal traguardo.













