Il 10 aprile 2026 il modulo Orion è ammarato nell’Oceano Pacifico con a bordo Reid Wiseman, Christina Koch, Victor Glover e Jeremy Hansen, concludendo il primo viaggio umano in prossimità della Luna da oltre cinquant’anni. Le immagini trasmesse dalla missione, la Terra che sorge sul lato nascosto lunare, i crateri illuminati dalla luce radente, hanno fatto il giro del mondo. Eppure, dietro i titoli trionfali si nasconde uno scenario ben più articolato. Artemis II ha dimostrato che il sistema funziona e che un equipaggio può tornare a casa sano e salvo dopo aver circumnavigato la Luna.
Tuttavia, questa era la parte relativamente più semplice del percorso. Quello che viene dopo è un groviglio di sfide tecniche, finanziarie e industriali che la NASA non può più rimandare. L’agenzia ha già aggiustato la rotta: niente allunaggio per Artemis III, prevista per la seconda metà del 2027 come missione di collaudo in orbita terrestre. Il primo atterraggio umano sul suolo lunare slitta ad Artemis IV, con una finestra puntata all’inizio del 2028.
Nel frattempo, un’iniziativa inattesa si fa strada: il progetto MoonFall, una flotta di droni saltatori destinata al Polo Sud della Luna per preparare il terreno, letteralmente, all’arrivo degli astronauti. Capire dove siamo davvero e dove stiamo andando richiede uno sguardo su tutti questi fronti.

MoonFall: droni derivati dalla tecnologia Ingenuity
Tra le novità più attese annunciate nell’ambito della revisione del piano Artemis spicca il progetto MoonFall, gestito dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA.
Quattro droni autonomi, ciascuno dotato di 10 strumenti tra telecamere e sensori scientifici, verranno dispiegati in una punto ancora da definire nei pressi del Polo Sud lunare. Ogni drone dovrà coprire circa 50 chilometri di superficie prima della fine del 2028, generando insieme una mappa panoramica ad alta risoluzione che gli astronauti potranno usare per scegliere siti di atterraggio e pianificare la disposizione delle infrastrutture di base.
La tecnologia alla base di MoonFall eredita direttamente quella di Ingenuity, il piccolo velivolo che ha completato 72 voli sul cratere Jezero di Marte restando in servizio ben oltre le aspettative. Come Ingenuity, anche questi droni saranno capaci di analisi autonoma del terreno e di selezionare il punto di atterraggio localmente più sicuro.
La selezione del partner industriale principale è attesa entro giugno 2026. I test di integrazione del sistema completo sono programmati per l’estate del 2027, con spedizione al sito di lancio nel 2028.
I costi restano per ora riservati, ma l’approccio leggero, ovvero sfruttare il momento dell’atterraggio di un lander per rilasciare i droni, è esplicitamente pensato per ridurre le spese rispetto a una missione dedicata. Un punto, questo, che si allinea direttamente con la direzione indicata dall’amministratore della NASA di abbassare i costi per singola missione e aumentare la frequenza delle esplorazioni in profondità.
Tute difettose, perdite di elio e scelta dell’habitat

Mentre MoonFall cattura l’attenzione, i problemi del programma sono altrettanto reali. Durante Artemis II è emersa una perdita di elio nel modulo di servizio europeo di Orion. Il gas serve a pressurizzare i serbatoi del propellente e la perdita era nota prima del lancio, classificata come minore. Nel corso della missione, però, si è amplificata. Per il profilo di Artemis II non ha comportato conseguenze critiche, ma per le missioni in orbita lunare e di atterraggio il sistema dovrà essere interamente riprogettato.
Sul fronte delle tute spaziali, la situazione non è più rassicurante. Il rapporto dell’Ufficio dell’Ispettore Generale della NASA, pubblicato il 20 aprile, conclude che le tute AxEMU di Axiom Space, progettate per il Polo Sud con maggiore mobilità e gestione termica avanzata, non saranno probabilmente pronte entro la fine del decennio.
Questo nonostante un finanziamento da 350 milioni di dollari ottenuto da Axiom a febbraio. La certificazione richiesta e i test rimanenti sono ancora sostanziali, e l’OIG non vede accelerazioni realistiche all’orizzonte.
A tutto questo si aggiunge la cancellazione del Gateway, l’habitat orbitale lunare originariamente previsto. Al suo posto, l’amministratore Jared Isaacman ha orientato la NASA verso una base di superficie. I moduli abitativi del Gateway, prodotti da Thales Alenia Space, presentano problemi di ossidazione dovuti a un difetto di produzione, rendendo incerta anche questa riconversione. Il quadro che emerge suggerisce come la tempistica originale sia quanto meno ottimistica.
SpaceX, Blue Origin e il collo di bottiglia della certificazione
Il nodo più delicato del percorso verso Artemis IV resta la disponibilità dei lander commerciali. SpaceX porta avanti lo sviluppo dello Starship HLS con un contratto NASA dal valore di circa 2,89 miliardi di dollari per il primo allunaggio con equipaggio. Blue Origin è invece impegnata con il Blue Moon, coperta da un contratto separato da 3,4 miliardi di dollari. Entrambi i veicoli devono ottenere la certificazione human rating della NASA prima che qualsiasi astronauta possa salire a bordo.
Questa certificazione richiede dimostrazioni di rendez-vous orbitale, trasferimento del propellente, gestione termica integrata con Orion e pressurizzazione compatibile tra i due veicoli.
Il confronto con l’approccio cinese è inevitabile: Chang’e 7 è già diretta al Polo Sud per studiare il ghiaccio d’acqua, e il programma lunare di Pechino prevede solo due lanci invece dei quattro o più richiesti dall’architettura americana.
Artemis: un programma in costruzione, non in crisi
Il programma ha dimostrato di saper volare: Artemis II ha portato esseri umani a circa 407.000 chilometri dalla Terra, più lontano di qualsiasi missione dall’era Apollo. Questo non è un risultato trascurabile.
Al tempo stesso, la strada verso il primo allunaggio del XXI secolo è ancora lunga e piena di incognite reali. Tute da ricertificare, lander da validare, moduli da riconvertire e costi operativi elevatissimi.
In attesa di vedere se il programma MoonFall riuscirà a rispettare la tabella di marcia (con l’assegnazione dei contratti prevista per giugno e il lancio nel 2028), l’unica certezza è che il ritorno umano sulla Luna non sarà una singola impresa, ma un lungo e accidentato percorso fatto di piccoli, complessi e spesso invisibili passaggi tecnici. E se il sistema reggerà ci sarà la possibilità di una presenza sostenibile sul nostro satellite.













